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A meno di 24h dalla partenza per il Brasile, ho deciso di aprire Substack per togliere un pò di polvere di questo spazio. Mi rendo conto che, poco alla volta, ho smesso di coltivare la mia scrittura e che ogni volta che apro un foglio bianco mi sembra che le idee, tutte aggrovigliate nella testa, non trovano un filo che le conduca fino alle parole scritte.
Ho la sensazione che appena 5 minuti fa, quando ho aperto il computer, avessi in mente una frase perfetta per iniziare questo testo. Ma, in qualche modo, è evaporata, si è dissolta, forse si è sciolta con il caldo che alle 8.30 di mattina mi entra già dalla finestra.
Devo finire le valigie. Ogni volta mi riprometto che inizierò ad organizzarle con anticipo, e in effetti comincio. Ma c’è sempre tanto che rimando per le ultime ore. Quel pensierino che mi piacerebbe portare. Quella specialità buona da mangiare tipica che desidero far provare a qualcuno. La verità è che preparare la valigia per andare in Brasile non significa soltanto mettere dentro dei vestiti.
Tornare a casa (anche se oggi considero l’Italia casa, il Brasile non smetterà mai di esserlo) porta con sé un’infinità di aspettative. Una lista di cose da mangiare, di luoghi da (ri)visitare, di profumi e rumori da ritrovare, di abbracci da dare e da ricevere. E poi c’è anche tutte le cose che desidero far vivere alle mie figlie come parte dalla esperienza di sapere un pò di più di me, del luogo da cui vengo.
C’è chi dice che io sembro sorprendentemente tranquilla prima del viaggio. Forse gli anni mi hanno insegnato a mascherarlo, oppure ho imparato a conviverci, ma la sensazione è quella di avere un fermento dentro. Per anni ho detto a tutti che non c’era bisogo di aspettarmi al gate di arrivo. Oggi, invece, non desidero altro che quel bagno di amore: essere accolta proprio lì, con gli abbracci caldi che hanno resistito a lungo attraverso lo schermo del telefono.
Non vedo l’ora di mangiare il cibo di mamma, di rivedere la camera che non è più la mia, ma che in fondo sempre lo sarà. Di passeggiare al mercato tra il baccano dei venditori e il profumo della frutta, di apprezzare i colori e la confusione. Di guardare fuori dalla finestra il miscuglio di verde e cemento che, ogni volta che torno, mi sembra più grigio. Di osservare gli aerei che arrivano dalla finestra del soggiorno.
Sentire che tutto è cambiato, che la distanza e il tempo non fanno sconti. Accorgermi che nemmeno io sono più la stessa. Fare pace, anche se a malincuore, con le perdite che la lontananza porta con sé. Ritrovare persone e avere la sensazione che l’ultima volta ci siamo viste era settimana scorsa.
Preparare le valigie significa anche metterci dentro la persona che sono diventata, per presentare a quella versione di me che è rimasta lì, non senza un certo senso di estraneità o stupore di qualcuno. Significa mettere insieme pezzi della mia storia e ricordarmi da dove sono partita, per poi rimetterli di nuovo nella valigia di ritorno. E così tornare, sapendo che non si torna mai come quando si è partiti. Fare la valigia è anche cominciare a salutare ancora prima della partenza.



